Vivere il Giro d’Italia dall’interno

Foto d’archivio dell’autore.

 Dietro le quinte di un’esperienza unica: fatica, emozioni e la scoperta di quanto lontano si può arrivare credendoci davvero.



Caro lettore, cara lettrice,
come da tradizione, siamo arrivati all'ultimo sabato del mese e oggi desidero condividere con te un'esperienza che ha lasciato un segno profondo nella mia vita professionale e personale.

Ti prometto una lettura breve, scorrevole e ricca di emozioni. Non entrerò nei dettagli tecnici di questo lavoro: voglio invece portarti dietro le quinte di un'avventura straordinaria, raccontandoti ciò che ho vissuto e le sensazioni che ho provato come prestigiatore all'interno del cast artistico della carovana del Giro d’Italia. Ci sono momenti che passano velocemente e altri che riescono a fermare il tempo. Quello che sto per raccontarti appartiene alla seconda categoria.

Mettiti comodo e accompagnami in questo viaggio: tra stupore, adrenalina ed emozioni autentiche, scoprirai perché questa esperienza continua ancora oggi a regalarmi i brividi. Buona lettura!

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Ero indeciso se raccontare questa esperienza oppure tenerla solo per me, ma alla fine ho sentito che valesse la pena condividerla con te. Non per dimostrare il livello dei miei lavori, ma per dirti qualcosa di più importante: se ce l’ho fatta io, allora anche tu puoi farcela. Se ripenso alla mia carriera, tutto è iniziato da una semplice scatola di magia per bambini. (Se desideri conoscere la mia storia e il percorso che mi ha condotto verso una nuova consapevolezza, puoi leggerla qui: "Il risveglio dell'anima: Un viaggio verso la felicità interiore". E se il me di oggi avesse incontrato il me degli inizi e gli avesse detto che un giorno avrebbe fatto parte del cast artistico del Giro d’Italia, un evento seguito da un’intera nazione, probabilmente non ci avrebbe creduto. Eppure è successo davvero.

Tutto iniziò quando, nel mese di dicembre, un mio carissimo amico mi chiamò per propormi questa opportunità. Mi spiegò a grandi linee di cosa si trattasse, ma dentro di me non riuscivo a vedermi in quel contesto. Non perché non volessi partecipare, ma perché la dinamica di quel lavoro mi sembrava quasi impossibile da incastrare con il mio modo di lavorare. Al Giro d’Italia, il performer fa parte di un cast itinerante, sempre in movimento. Non c’è tempo per preparare con calma gli attrezzi, né per allestire costumi o scenografie: tutto deve essere immediato, essenziale, pronto a prendere vita in pochi istanti. Questo aspetto mi rendeva diffidente, quasi bloccato.

Eppure, oltre alle difficoltà professionali, c’era qualcosa di più forte che non potevo ignorare: il legame umano con quel mio amico. Non lo vedevo da anni. In passato avevamo condiviso esperienze importanti insieme. Quella chiamata non era solo una proposta di lavoro, ma anche un’occasione per ritrovarci, per tornare a condividere il palco, come ai vecchi tempi. Quello che però non ti ho ancora detto è che mi considero una persona profondamente competitiva. Ma non con gli altri: con me stesso.

È proprio questo aspetto del mio carattere che mi spingeva a chiedermi continuamente come poter essere più rapido, più preciso, più efficace nella preparazione degli show. E soprattutto, mi incuriosiva l’idea di poter proporre al mio amico nonché direttore artistico qualcosa che non fosse solo funzionale, ma capace di funzionare davvero sul palco… e ancora di più, di colpire chi investe e sostiene lo spettacolo: gli sponsor.

L’obiettivo era chiaro nella mia mente: creare qualcosa di bello, di potente, qualcosa che lasciasse gli sponsor senza parole. Non fu un percorso semplice. Tutt’altro. In quel periodo ero completamente sommerso dagli eventi natalizi, con il lavoro che mi riempiva le giornate fino all’orlo. Trovare il tempo per fermarsi, pensare e costruire idee concrete sembrava quasi impossibile. Eppure, già a gennaio, avevamo tra le mani tre proposte differenti. Tre strade possibili, tutte con un buon potenziale e tutte accolte con interesse. Ma solo una, alla fine, riuscì a colpire davvero nel profondo. E proprio mentre iniziava a delinearsi la direzione giusta, c’era ancora chi non riusciva a comprendere la mia presenza in quel cast artistico… Lo spettacolo esisteva in due versioni: una ridotta da otto minuti e una più lunga da ventitré.

E ci tengo a sottolinearlo: il 90% dello show era portato avanti da ballerini professionisti. Il mio intervento non era centrale, ma si inseriva come un elemento preciso, pensato per dare un accento magico al racconto scenico un intervento nella versione ridotta e due nella versione più estesa.

Un ruolo apparentemente piccolo, ma che avrebbe avuto un impatto molto più grande di quanto chiunque potesse immaginare. Se ci ripenso oggi, quasi mi sorprende la complessità di tutto ciò che è stato costruito… e soprattutto il modo in cui è nato: quasi interamente per telefono.

La progettazione dei numeri, la scelta delle musiche, i colori degli attrezzi, fino ad arrivare alla personalizzazione dell’abito da scena che avrei indossato nella versione più lunga dello spettacolo… tutto è stato definito a distanza. Spiegare le esigenze di un prestigiatore a chi non parlava il mio stesso linguaggio artistico non è stato semplice. Eppure, sin dal primo momento, è nata un'intesa immediata che ha reso tutto molto più naturale. Persone che, con grande sensibilità e professionalità, hanno saputo comprendere immediatamente ciò che avevo in mente e hanno fatto di tutto per trasformarlo in realtà. E ci sono riusciti, anche oltre le aspettative.

In quei giorni ho parlato con cinque o sei figure diverse, ognuna con un ruolo preciso e fondamentale: dal responsabile marketing a quello della comunicazione, fino a chi si occupava degli aspetti organizzativi più tecnici. Ognuno di loro contribuiva a costruire un pezzo di quel puzzle. Nonostante questo, l’agitazione e la tensione crescevano costantemente. I dubbi erano tanti, anche perché, sebbene il mio amico mi avesse descritto il Giro d’Italia in una prima chiamata, nella mia testa continuavano a moltiplicarsi domande senza risposta. Era qualcosa a cui tenevo profondamente. E proprio per questo, una volta accettata l’opportunità, sentivo il peso enorme di non poter fallire.

A un certo punto, però, ho smesso di preoccuparmi. O almeno ho provato a farlo. Ho iniziato a vivere le giornate una alla volta, affidandomi alla mia esperienza e mettendo in campo tutto ciò che, nel corso degli anni, avevo imparato. Cercavo di anticipare i problemi, di ridurre gli imprevisti, di non sprecare energie in pensieri inutili o in preoccupazioni che, in fondo, non dipendevano da me. In quel periodo ho capito una cosa semplice: non tutto si può controllare, ma molto si può affrontare. La verità è che persino addormentarmi la sera era diventato difficile: i pensieri mi rincorrevano senza tregua, soprattutto legati a un aspetto molto concreto e decisivo il trasporto delle attrezzature. Avrei dovuto portarle personalmente a Milano, affrontando da solo 1.200 chilometri. Il mio unico obiettivo era semplice, ma fondamentale: far arrivare tutto a destinazione integro, senza il minimo danno. E da lì sarebbe iniziata la fase più delicata di tutte.

Avrei trascorso dieci giorni a Milano prima della partenza ufficiale del Giro, per effettuare prove, incontrare il cast e lavorare fianco a fianco con il direttore artistico. L’obiettivo era: trovare il modo giusto per far dialogare la mia figura con quella dei ballerini, integrandola nello spettacolo senza forzature. Un lavoro sottile, quasi invisibile agli occhi del pubblico, ma estremamente complesso nella costruzione, dove pazienza e determinazione non erano semplicemente utili, ma indispensabili.

Ricordo ancora una sera, una di quelle più calme tra una tappa e l’altra, quando un ballerino mi disse una frase che mi è rimasta impressa: “Ti invidio. Hai avuto il coraggio di partire da Lecce da solo, senza sapere davvero come funziona un lavoro del genere e senza sapere neanche quanto tempo saresti rimasto lontano da casa. Questa tua capacità è qualcosa che ammiro.” Quelle parole, dette quasi con leggerezza, in realtà mi fecero fermare un attimo. Perché a volte non ti rendi conto del percorso che stai facendo finché non è qualcun altro a dirtelo.

E poi, finalmente, si parte davvero. Il debutto ufficiale arriva a Catanzaro, con lo show nella sua versione più lunga. Un successo che, ancora oggi, mi rimane addosso come una scarica di energia difficile da descrivere. Siamo arrivati il giorno prima, e se ti raccontassi nel dettaglio quella sera precedente sembrerebbe già un’altra storia: siamo rimasti a lavorare sul posto fino alle quattro del mattino, "solo" per calibrare luci, tempi e dettagli, fino a trovare il giusto equilibrio tra tutto ciò che lo spettacolo richiedeva. Eppure, al primo vero risultato, qualcosa cambiò immediatamente. Anche chi, inizialmente, guardava alla mia presenza con dubbio o perplessità, dopo la prima replica ha dovuto ricredersi. Non solo ha cambiato idea, ma ha finalmente iniziato a comprendere il senso reale della mia figura nello show.

Il 30 aprile avevamo già eseguito una prova generale a Milano, in una sala prove allestita per il cliente. Uno show “filato”, ma inevitabilmente diverso da quello ufficiale: spazi ridotti, condizioni tecniche differenti, e quindi un impatto ancora lontano da quello reale. A Catanzaro, invece, tutto ha preso vita. Le luci giuste. La musica, calibrata con precisione. La conduzione affidata a RTL 102.5. Poi, all’improvviso, ogni elemento ha trovato il proprio equilibrio. Lo spettacolo ha preso definitivamente forma, dando vita a un’esperienza di straordinaria intensità emotiva, capace di coinvolgere e sorprendere perfino chi sedeva ai vertici dell’organizzazione dell’evento. In quel momento ho capito che non si trattava più solo di “funzionare in uno show”, ma di lasciare un segno.

Il mio desiderio di fare bene, però, non nasceva soltanto dalla volontà di proteggere la mia reputazione professionale. Era qualcosa di molto più profondo. Non potevo, e soprattutto non volevo, deludere il mio carissimo amico. Colui che, più di chiunque altro, aveva creduto nella possibilità di inserire una figura come la mia all’interno della storia del Giro d’Italia qualcosa che, fino a quel momento, non era mai esistito. È stata una scommessa enorme. Perché ciò che non si conosce spaventa. E lui, per primo, ha dovuto affrontare dubbi, resistenze e scetticismi da parte di chi gli stava attorno, prima ancora di riuscire a far accettare l’idea della mia presenza. Poi è toccato a me. Il mio compito era dimostrare che il suo intuito non solo era giusto, ma visionario. E per riuscirci, ho dovuto fare una cosa ancora più difficile di tutte le altre: iniziare a crederci davvero, almeno quanto lui… se non di più.

In definitiva, ciò che più mi ha colpito di questa esperienza è una verità semplice ma potentissima: si parte come sconosciuti, ognuno con la propria storia, le proprie paure e le proprie aspettative… e nel giro di appena tre settimane ci si ritrova a essere una famiglia. Giorno dopo giorno, vivendo fianco a fianco, condividendo chilometri su chilometri, panorami mozzafiato, momenti di entusiasmo e anche di debolezza, abbiamo attraversato paesi, montagne e confini, fisici e interiori. Dalle partenze alle soste, dagli arrivi fino ai carovana party, si è creato qualcosa che va oltre il lavoro. È un legame che non si può davvero spiegare a parole, perché certe esperienze vanno vissute sulla pelle, in prima persona.

La cosa più incredibile, però, era vedere la gente. Persone ferme per ore ad aspettare il passaggio della carovana, con una pazienza e una gioia che non si possono fingere. E ogni volta, anche alla ventunesima tappa, quell’emozione nel battere il cinque a chi era lì ad aspettarci non si è mai affievolita. Così come non è mai venuta meno la voglia di fare spettacolo. Con il sole che brucia, con la pioggia che cade senza tregua, con il vento che sembra voler fermare tutto… niente era una scusa. La carovana arrivava e, con essa, arrivava energia pura: un’onda che attraversava le strade e trasformava ogni tappa in un piccolo momento di magia condivisa. L’obiettivo era sempre lo stesso: lasciare un ricordo leggero ma indelebile in chi si trovava davanti al nostro passaggio.

E forse questa è la lezione più grande che porto con me. Un’esperienza del genere, almeno una volta nella vita, bisognerebbe viverla. O meglio ancora: bisogna avere la fortuna di viverla davvero. Perché è tutto bellissimo, sì… ma il Giro d’Italia non è per tutti.

Non lo dico per prendere le distanze, ma solo per raccontare le cose così come le ho vissute. Lo dico con gratitudine, perché ho visto con i miei occhi quanto possa essere intenso, impegnativo e allo stesso tempo umano. Ho visto performer tornare a casa prima ancora che la corsa iniziasse, non per mancanza di talento, ma perché qui ogni cosa chiede presenza totale, resistenza e cuore.

Alla fine, il Giro non ti chiede solo di fare spettacolo. Ti chiede di esserci davvero, con tutto te stesso. E forse è proprio questo il suo segreto più grande: tra la fatica e la bellezza, ti lascia addosso qualcosa che non passa… ma che resta, dolcemente, a ricordarti chi sei stato in quel viaggio.

Vi saluto e vi ricordo che il nostro prossimo appuntamento è per sabato prossimo. Non mancate!

Con affetto e stima.

-KID-

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