Ragazzo stasera hai rischiato grosso...

Fonte: Foto tratta dall’archivio personale dell’autore.

Il gioco di carte da oltre 200.000 euro


Benvenuti, cari lettori. Come ogni ultimo sabato del mese, ci tengo a condividere con voi una storia, un aneddoto o una situazione che mi riguarda personalmente e che, in qualche modo, può lasciare a tutti noi una piccola lezione. Lo scopo di questo blog, infatti, non è soltanto quello di arricchire la nostra personale letteratura magica attraverso storie, personaggi, tecniche e curiosità, ma anche quello di condividere esperienze vissute sul campo.

Dopo più di dieci anni di pratica della magia, sento di avere il dovere di raccontare anche quegli episodi che, magari, sul momento possono sembrare soltanto divertenti, ma che con il senno di poi ci insegnano qualcosa. Perché quando si performa, soprattutto davanti a persone che non conosciamo, gli imprevisti possono essere sempre dietro l’angolo. E imparare a prevenirli, a riconoscerli e a gestirli fa parte, a tutti gli effetti, del mestiere del prestigiatore.

Quella che sto per raccontarvi è una storia che risale, se la memoria non mi inganna, al periodo tra il 2020 e il 2021, quando lavoravo nei villaggi turistici facendo parte del cast artistico.

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Leggi l’ultimo articolo su: E' un gioco di specchi

Una sera come tante
Nel villaggio in cui lavoravo c'erano diversi spazi dedicati alla ristorazione. Uno di questi era il classico ristorante principale, mentre ce n'era un secondo, chiamato Ristorante Pugliese, dove gli ospiti avevano la possibilità di cenare una volta durante la settimana e assaggiare alcuni piatti della tradizione gastronomica pugliese. La possibilità di accedere a questo ristorante dipendeva dalla formula di vacanza scelta al momento della prenotazione. Gli ospiti con la formula più semplice indossavano generalmente un braccialetto rosso, o talvolta giallo, se ricordo bene.

Poi c'erano loro. Quelli con il braccialetto nero. Il braccialetto nero identificava gli ospiti VIP, cioè coloro che avevano scelto una formula di soggiorno con servizi e privilegi aggiuntivi e, di conseguenza, con un costo sensibilmente superiore rispetto alla formula base. Per noi che lavoravamo all'interno del villaggio era quindi importante prestare attenzione a tutti gli ospiti, ma con chi indossava il braccialetto nero si cercava naturalmente di avere un occhio di riguardo in più. Non perché fossero persone “diverse”, ovviamente, ma perché il servizio nei loro confronti richiedeva particolare attenzione.

Devo però fare una precisazione: per me, relazionarmi con questo tipo di ospiti non era affatto un problema. Sono sempre stato molto portato al contatto con le persone e riuscivo, sin dal loro arrivo nel villaggio, a instaurare abbastanza facilmente una relazione. E se pensate che fosse una cosa scontata, vi assicuro che non lo era affatto. Nel corso degli anni mi è capitato di incontrare anche ospiti che, magari, non avevano la minima voglia di scambiare nemmeno un semplice “buongiorno”. In quei casi, riuscire semplicemente a instaurare una conversazione era già un piccolo successo.

Con molti altri, invece, è successo l'esatto contrario. Sono nate amicizie che sono andate ben oltre quella settimana di vacanza. Alcuni di questi ospiti li ho ritrovati anche negli anni successivi attraverso i social, continuando a sentirci e a scambiare messaggi. In qualche occasione è persino capitato che, una volta terminato il mio lavoro nei villaggi, loro si fossero trasferiti o avessero scelto un'altra struttura per le loro vacanze e io andassi a trovarli. Non c'era più il rapporto tra artista e ospite del villaggio. Eravamo semplicemente persone che si erano conosciute in un contesto particolare e che, a distanza di tempo, avevano piacere di rivedersi, bere qualcosa insieme e fare due chiacchiere.




Fonte: Foto scattata il 7 luglio 2025 presso un villaggio turistico del Salento, durante una visita dell’autore ad alcuni ospiti conosciuti negli anni precedenti, quando prestava servizio nella struttura come membro del cast artistico. Oggi l’autore continua a svolgere la professione come prestigiatore, lavorando come professionista esterno presso diverse strutture turistiche.


Ed è proprio questo uno degli aspetti che ho sempre amato del lavoro nei villaggi: la possibilità di incontrare persone completamente diverse tra loro e, qualche volta, trasformare un semplice incontro di pochi giorni in un rapporto destinato a durare molto più a lungo. Ma veniamo alla nostra storia. Proprio una sera mi ritrovai davanti a uno di quegli ospiti con il braccialetto nero.

Il gioco di carte
Come parte del mio lavoro, durante la cena passavo tra i tavoli proponendo qualche piccolo effetto di magia. Era una situazione che conoscevo bene. Mi avvicinavo al tavolo, scambiavo qualche parola con gli ospiti e, quando c'era la giusta occasione, proponevo un gioco. Quella sera decisi di eseguire un effetto di cartomagia piuttosto classico. Uno spettatore sceglie una carta, la ricorda e la perde nuovamente nel mazzo. Da lì comincia il vero effetto fino alla rivelazione finale.

Il punto è che, in questo caso, la carta scelta sarebbe finita in un posto assolutamente impossibile. Sotto l'orologio dello spettatore. Era un effetto che avevo eseguito diverse volte. Nulla di particolarmente insolito per me. Scelsi quindi la persona, feci scegliere la carta e portai avanti tutta la routine. Tutto andò perfettamente. Arrivò il momento della rivelazione. Gli feci notare che la sua carta era proprio lì, sotto il suo orologio.

La reazione fu quella che ogni prestigiatore spera di ottenere. Stupore. Sorriso. Incredulità. E poi i complimenti. Sembrava essere andato tutto alla perfezione. Finché l'uomo mi guardò e, con un tono chiaramente scherzoso, mi disse:

«Ragazzo, stasera hai rischiato grosso.»

“Ho rischiato grosso?”

Sul momento sorrisi. Pensai che fosse semplicemente una battuta legata alla difficoltà del gioco. Poi fu lui a farmi una domanda:

«Sai che orologio è questo?»

Io, senza pensarci troppo e soprattutto senza voler fare finta di saperne più di quanto sapessi, risposi sinceramente:

«No.»

Fu allora che mi disse che si trattava di un Patek Philippe, indicandomi anche il modello preciso. Sul momento, devo essere sincero, non diedi troppo peso alla cosa. Per me era semplicemente un orologio importante, sicuramente di valore, ma non avevo la minima idea di quanto potesse realmente costare. Quella sera, una volta rientrato in camera, spinto più dalla curiosità che dalla preoccupazione, decisi di cercare su Internet il modello che mi aveva indicato. Ed è proprio lì che arrivò la sorpresa. Scoprii che quell'orologio aveva un valore di oltre 200.000 euro. A quel punto ripensai immediatamente a quello che avevo fatto pochi minuti prima. Avevo appena messo una carta da gioco sotto un orologio da oltre duecentomila euro. E improvvisamente quella che fino a poco prima mi sembrava una semplice routine di cartomagia cominciò ad assumere tutt'altro significato.

E soprattutto, se durante l'esecuzione avessi causato anche soltanto un graffio, come ne sarei uscito? Avrei potuto dire:

«Mi dispiace, era per il gioco di magia?»

Probabilmente non sarebbe stata una grande consolazione. Fortunatamente non accadde assolutamente nulla. L'orologio rimase perfettamente integro, lo spettatore si divertì e quella che poteva diventare una situazione decisamente spiacevole rimase soltanto un aneddoto. Ma quella frase continuò a ronzarmi nella testa.

«Stasera hai rischiato grosso.»

La lezione dietro a un effetto
A distanza di tempo, credo che quella persona mi abbia lasciato una delle lezioni più importanti che abbia ricevuto lavorando a stretto contatto con il pubblico. Noi maghi siamo abituati a concentrarci sull’effetto. Pensiamo alla tecnica. Alla presentazione. Alla misdirection. Al timing. Alla reazione finale dello spettatore. Ma c'è un altro elemento che spesso rischiamo di dimenticare: il contesto. Prima di eseguire un effetto dovremmo imparare a osservare ciò che abbiamo davanti.

Che cosa indossa lo spettatore? Ha un orologio? Ha un anello? Porta degli occhiali? Ha un telefono sul tavolo? Ci sono oggetti particolarmente delicati o di valore che potrebbero entrare accidentalmente in contatto con quello che stiamo facendo?

Sono tutte domande che, soprattutto quando si lavora con il pubblico, possono fare la differenza. Ma c'è anche un altro aspetto che non va assolutamente sottovalutato: l’allenamento. Conoscere bene un effetto, averlo provato centinaia di volte, padroneggiare la tecnica e avere la massima sicurezza nei propri movimenti può fare una differenza enorme, soprattutto quando ci troviamo in situazioni particolari.

Nel mio caso, quella sera, la precisione della tecnica, la sicurezza nell'esecuzione e il controllo dei movimenti mi permisero di eseguire quell'effetto senza provocare alcun danno. Quando le mani conoscono perfettamente ciò che devono fare, quando un movimento è stato ripetuto così tante volte da diventare naturale e quando non c'è esitazione nell'esecuzione, anche un'azione apparentemente delicata può essere gestita con grande precisione.

E questo, secondo me, è uno dei motivi per cui un prestigiatore dovrebbe allenarsi. Non ci si allena soltanto per riuscire a fare un gioco. Ci si allena anche per essere pronti quando qualcosa di imprevisto accade. Detto questo, sarebbe sbagliato pensare che una buona tecnica ci renda immuni da qualsiasi rischio. Per quanto possiamo essere precisi, sicuri e allenati, dobbiamo comunque imparare a riconoscere ciò che possiamo fare e ciò che sarebbe meglio evitare.

Perché un effetto può essere perfetto dal punto di vista tecnico e, allo stesso tempo, essere la scelta sbagliata per quella determinata persona o per quella determinata situazione. Ed è proprio qui che, secondo me, entra in gioco l'esperienza.

Con il tempo impari che non devi necessariamente dimostrare tutto quello che sai fare. Impari a osservare, a valutare e, soprattutto, a capire quando vale la pena eseguire un effetto e quando invece è più saggio scegliere qualcos'altro.

A volte la vera professionalità non consiste nel dire:

«Guardate cosa so fare.»

Ma nel saper pensare:

«Questo gioco lo so fare benissimo, ma questa volta è meglio non farlo.»

Perché la tecnica ci dà sicurezza, l'allenamento ci dà precisione, ma è la consapevolezza a dirci quando è il momento di utilizzarle e quando è il momento di fermarsi.

Non tutto ciò che funziona va fatto
E proprio parlando di responsabilità, c'è un altro consiglio che mi sento di dare soprattutto a chi lavora professionalmente in contesti come villaggi turistici, ristoranti, eventi e spettacoli a stretto contatto con il pubblico: pensare a un'assicurazione di responsabilità civile verso terzi non è affatto una cattiva idea, anzi, può essere una scelta molto importante.

Quando lavoriamo con le persone e interagiamo con i loro oggetti, per quanto possiamo essere preparati, precisi e attenti, una componente di imprevedibilità rimane sempre. Può cadere qualcosa, può rompersi un oggetto, possiamo involontariamente provocare un danno o, nel peggiore dei casi, qualcuno potrebbe farsi male durante un'interazione. Avere una copertura assicurativa adeguata ci permette di lavorare con maggiore serenità e tranquillità, sapendo che, qualora dovesse verificarsi un incidente coperto dalla polizza, esiste uno strumento per gestire la situazione e affrontarne le eventuali conseguenze.

Questo, naturalmente, non significa lavorare con meno attenzione: l'assicurazione non sostituisce la prudenza, la tecnica e la responsabilità dell'artista, ma le completa. Del resto, quando lavoriamo con il pubblico, le persone ci affidano qualcosa: a volte soltanto la loro attenzione, altre volte un oggetto, il loro telefono, il loro anello o il loro orologio. E quella fiducia va rispettata. Per questo, se posso lasciare un consiglio a chi pratica magia, soprattutto a chi sta iniziando, è proprio questo: prima di chiederti se un effetto funzionerà, chiediti se è davvero il caso di farlo. Osserva, valuta, adatta e, quando serve, cambia effetto.

Non esiste una routine così importante da valere il rischio di mettere in difficoltà noi stessi o il nostro spettatore. Quella sera ho avuto fortuna, ma soprattutto ho avuto una lezione. E ancora oggi, prima di coinvolgere qualcuno in un effetto, cerco di ricordarmi di quella frase:

«Ragazzo, stasera hai rischiato grosso.»

Forse era soltanto una battuta. Forse quell'uomo voleva semplicemente farmi notare il suo Patek Philippe.

Ma una cosa è certa: da quella sera, prima di mettere una carta sotto l'orologio di qualcuno, guardo sempre che orologio porta. Perché la magia, prima di tutto, è anche questo: responsabilità, rispetto e consapevolezza.

E voi, dopo aver letto questa storia, fareste ancora lo stesso effetto senza pensarci due volte?

Vi saluto e vi ricordo che il nostro prossimo appuntamento è per sabato prossimo. Non mancate!

Con affetto e stima.

-KID-

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