Un'esperienza umana indimenticabile: i Salentipici e la missione di aiuto nel terremoto
"La vita è come una fotografia: bisogna mettere a fuoco ciò che è importante e lasciare sfocato il resto." - Anonimo
Sabato pomeriggio ore 16:30 mi trovo nel mio ufficio con la mente serena e immerso nei miei ricordi alla ricerca di qualche esperienza interessante da condividere con i miei amici lettori del blog. Oggi voglio raccontare l'avventura dei "Salentipici", una vera e propria missione compiuta nel lontano 2016. Ricordo che in quell'anno venne pubblicato un articolo riguardante il terremoto del 24 agosto 2016, di magnitudo 6.0, che causò la distruzione dei centri storici dei capoluoghi e di molte frazioni, tra cui Amatrice e Accumoli in provincia di Rieti e Arquata del Tronto in quella di Ascoli, con un totale di 299 vittime.
Avevo 16 anni quando tutto accadde. Ma prima di continuare, apro una piccola parentesi: da circa 4 anni facevo parte di un circo sociale gestito dal mio caro amico Stefano Musardo, noto come Zigo. Desidero cogliere l'occasione per ringraziarlo, poiché gran parte del mio lato artistico e del mio modo di essere derivano da lui. Tornando alla nostra storia, un giorno ricevetti una chiamata da Zigo che mi propose di organizzare un pulmino da nove posti per portare un po' di serenità in un luogo dove ormai regnava solo la paura e i volti erano segnati dalla sofferenza di coloro che avevano perso tutto, dai figli alle madri, o addirittura chi era rimasto completamente solo. L'impresa sembrava quasi impossibile, come tentare di affrontare un'onda gigantesca con un canotto di carta, cercando di spingere via il mare intero con una forza umana minima. Passarono alcuni mesi dalla chiamata, era ormai febbraio e si avvicinava il Carnevale. Riuscimmo a mettere insieme il nostro team e coinvolgemmo perfino mia mamma. Partimmo senza bagagli perché il baule del pulmino era pieno di viveri, curiosamente tutti cibi tipici salentini (da lì nacque il nome "Salentipici"). Il viaggio fu coinvolgente e qualcuno rimase commosso e incredulo di ciò che stavamo per fare. Ma tutti noi eravamo uniti da un unico obiettivo: rendere felice quella gente anche solo per un attimo.
Durante il viaggio ci siamo alternati alla guida per evitare soste e ritardi. Ognuno di noi indossava una maglietta con il proprio nome e la scritta "Salentipici". All'arrivo, un panorama sconvolgente ci aspettava: montagne di macerie, case distrutte e persone che vagavano in mezzo alle nuvole di fumo. Attraversammo la "città" ormai distrutta e raggiungemmo le tende dove si trovavano la protezione civile, le forze dell'ordine e il sindaco, che ci accolse in modo straordinario. Scendemmo dal pulmino e scaricammo tutto ciò che avevamo portato. Ci guardavano in maniera incredula e per un attimo mi sentii come parte di una squadra di Avengers arrivati per salvare tutti.
Il sindaco ha organizzato una festa in un edificio ancora in piedi, dove tutta la squadra si sarebbe occupata di animare l'intera giornata. Mia madre si è vestita con una delle mascotte che abbiamo portato con noi, mentre io e Zigo eravamo sui trampoli all'esterno dell'edificio ad accogliere i bambini. La festa era in occasione del Carnevale. Da ingenuo, mi aspettavo di vedere i bambini vestiti in maniera buffa o forse vestiti come i loro supereroi preferiti, ma non era affatto come me lo ero immaginato. Vennero vestiti normalmente, ma un ragazzino in particolare mi ha colpito. Indossava i vestiti del padre con scarpe enormi, un mantello fatto di carta dei rifiuti e un pezzo di legno che simulava una spada. Mentre ero sui trampoli con un sorriso, gli ho chiesto: "Ehi ragazzo, da cosa ti sei vestito?" E lui ha risposto: "Non lo vedi? Sono Zorro". In quel momento, il mio cuore ha fatto un balzo. Non era facile sorridere e far finta che tutto andasse bene, perché dentro l'unico sentimento che avevo era un'enorme tristezza e dispiacere. Vi sorprenderà sapere che quel ragazzino era super felice e non vedeva l'ora di divertirsi. Ricordo ancora il suo sorriso smagliante. Pensai: "Non posso permettermi di far trasparire il mio dolore, rischio di rovinare tutto. Voglio lasciare immaginare che tutto va bene e che presto si risolverà". Dopo aver accolto tutti i bambini, dovevamo iniziare il nostro spettacolo. Sono andato in bagno per sistemarmi e lavarmi le mani, ma non c'era acqua. Non avevo ancora compreso la gravità della situazione e ci ho messo un po' per metabolizzare tutto ciò che quelle persone stavano passando.
Lo spettacolo è cominciato e, assieme a Zigo, mi sono sentito colpito dalla forza dei bambini. Nonostante tutto, si divertivano con un sorriso radioso, conquistati dall'arte magica. In quel momento ho compreso quanto siamo ingiusti a lamentarci continuamente e a bramare sempre il meglio per noi stessi. So che forse sembrerà una banalità, ma credetemi, vedendo con i miei occhi ciò che ho visto, sento il peso di queste parole. Quest'esperienza mi fa ricordare quanto siamo fortunati ad avere una casa, una famiglia e delle persone che ci vogliono bene. E così tutti quei "problemi" superflui che ci facciamo svaniscono, come per magia.
Il momento del commiato ad Arquata si avvicinava, ma nonostante la tristezza che ci avvolgeva, c'era una sensazione di felicità pervasiva che ci riempiva il cuore. Eravamo orgogliosi di aver portato un po' di leggerezza e di gioia in quel luogo, di aver fatto la differenza per quei bambini che avevano bisogno di una mano amica. Abbracciavamo ogni bambino come se fosse l'ultimo, con la consapevolezza che, purtroppo, non saremmo potuti rimanere con loro per sempre. Il sindaco ci rivolse le sue parole, parole che ci avrebbero accompagnato per sempre: "Il mondo avrebbe bisogno di più, 'Salentipici'". In quel momento il nostro cuore esplose di felicità, quella felicità che solo le cose più grandi della vita possono regalare. Il giorno dopo, su ogni giornale locale in prima pagina si parlava dei "Salentipici". Era tutto così surreale, un sogno che diventava realtà. E anche se i nostri corpi avrebbero lasciato quella terra, i nostri cuori sarebbero rimasti per sempre con quei bambini e con quel meraviglioso paesaggio. Sì, da qualche parte ho ancora l'intero articolo e ovviamente le magliette utilizzate per questa straordinaria missione, un simbolo della nostra dedizione e della nostra passione per gli altri.
Spero con tutto me stesso che la mia breve storia vi ispiri, perché quando si compiono gesti di bontà, non serve comunicarli al mondo. È bello farli perché abbiamo la necessità di farlo, il bisogno di regalare un sorriso a chi da tempo magari non sorride più. Ho basato la mia vita sui sorrisi, lavorando per regalarli a chi ne ha bisogno. Non potete immaginare quanto possa far bene un sorriso a chi vive situazioni così pesanti. Nel mio cuore, si ripete continuamente il pensiero che non ci dovrebbero essere così tanti bambini costretti a soffrire. La loro vita è ancora lunga e piena di possibilità: potrebbero andare a scuola, divertirsi e giocare con i loro amici, ma invece si ritrovano ad affrontare la distruzione delle loro scuole, vedere i loro cari schiacciati sotto delle macerie e lottare per la sopravvivenza ogni giorno. È un dolore insostenibile che non dovrebbe essere affrontato da nessuno, specialmente non dai bambini. Cari lettori, vi prego vivamente di fare sempre del bene nel vostro piccolo, perché non serve essere dei supereroi per fare la differenza. Basta un piccolo gesto, un sorriso, un aiuto, per regalare speranza e conforto a chi ne ha bisogno.
-KID-

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